5 gennaio 2010

QUI A REGGIO NON SI AGGIUSTANO PIÙ I PROCESSI IN APPELLO



Dietro l’ordigno l’attivismo della procura contro la ‘Ndrangheta

Raramente la 'ndrangheta sceglie di scontrarsi frontalmente con lo Stato. “Se lo hanno deciso e fatto – dice Vincenzo Macrì, procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia – è perché ormai per loro la situazione è insostenibile. La 'ndrangheta non fa battaglie ideologiche, quando decide di colpire lo fa per lanciare segnali precisi”. Gli investigatori non si pronunciano, ma negli uffici giudiziari di Reggio qualcuno consiglia di rileggere alcuni episodi sottovalutati. Quellodell'attentato subito dal magistrato di Corte d'Appello Vincenzo Pedone il 21 agosto 2004. Un killer sparò con un fucile di precisione contro una finestra della sua abitazione. Il giudice si era opposto per ben due volte alla richiesta di accordo tra gli avvocati difensori di alcuni mafiosi e la procura generale. Il proiettile di grosso calibro sfondò la finestra e penetrò nell'appartamento bucando l'arazzo che ornava una parete. E vanno anche riprese le indagini su un altro episodio inquietante accaduto qualche anno fa negli uffici della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, quando la scorta del pm Nicola Gratteri scoprì alcune microspie piazzate in unastanzetta che il magistrato usava per gli interrogatori. Gratteri, impegnatissimo sul fronte della lotta al narcotraffico internazionale, è stato il pm che più di tutti, anche scontando un forte isolamento, si è battuto contro il patteggiamento in Appello per gli imputati di mafia. Alla fine ha vinto la sua battaglia, quando nel primo pacchetto sicurezzza del governo, la norma – già proposta da Giuliano Amato – è stata approvata.
Una bomba che “parla” a una Corte d'Appello che ha sul tavolo delicatissimi processi di mafia. Quello contro killer e mandanti dell'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale Francesco
Fortugno, quello sui fiancheggiatori dei boss Pasquale Condello ('o supremu) e Francesco De Stefano, il processo sulla faida di San Luca e la strage di Duisburg, e quello sugli affari delle cosche di Rizziconi. Altri processi importanti, come quello a carico dell'ex poliziotto Francesco Chiefari, si sono chiusi grazie al ruolo attivo della procura generale. Chiefari venne condannato a 13 anni
per le bombe piazzate all'ospedale di Locri e Siderno (dove lavoravano la moglie e il fratello di Fortugno). In Appello la pena è stata leggermente ridotta ma la Corte ha deciso di aggiungere l'aggravante mafiosa.
Ma è solo mafia? Probabilmente no, perché a Reggio la 'ndrnagheta da sempre è un intreccio di affari e politica. E proprio dalla Procura generale è partito un monitoraggio su alcune inchieste che parlano dell'intreccio tra interessi mafiosi e settori della politica e delle istituzioni, incredibilmente ferme. Anche di questo parla la bomba di Reggio.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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