25 gennaio 2010

22 gennaio 2010

Legge ammazza-processi, Flores d’Arcais: “Infame regalo alla criminalità”

Non gli basterà. Non vogliamo rubare metafore a folklore e mitologia, piene di mostri mai sazi delle vittime loro sacrificate, perché non vogliamo in nessun modo trasformare in mito le miserabili bassezze di questo regime. Ma non gli basterà. Quella di Berlusconi è una bulimia totalitaria, la legge-dono alla criminalità – il processo “tana libera tutti” – era ancora calda della servile approvazione di un Senato prono “perinde ac cadaver”, che Berlusconi già sgaggiava il suo “non mi basta”.

Non ci stupisce. Berlusconi odia la democrazia liberale, lo abbiamo detto e ripetuto perché è Berlusconi stesso ad averlo proclamato infinite volte, per chiunque abbia orecchie da intendere. Per Berlusconi l’Italia non è una Repubblica democratica, è invece e solo “l’azienda Italia”, e come un’azienda, una sua azienda, va governata. C’è un padrone che decide, e dei dipendenti che obbediscono. Punto. Non basta che obbediscano, però: devono obbedire entusiasti, visto che il padrone decide quello che vuole, ma per il loro bene. In questo Stato-azienda non c’è ovviamente posto per magistrati indipendenti e per giornalisti imparziali, ma solo per vocianti eunuchi del servo encomio.

Perciò, dopo aver preteso in offerta le migliaia di processi che verranno interrotti (e regaleranno al paese migliaia di criminali in libertà), il bulimico di Arcore esige altre vittime, altri pezzi di eguaglianza repubblicana da mandare al macero, altri baluardi di legalità da calpestare in aule parlamentari troppo spesso già bivacco dei suoi manipoli.

A questo punto il problema non è Berlusconi, che la sua dichiarazione di guerra alla Costituzione l’ha già consegnata di fronte ai parlamentari europei democristiani poco più di un mese fa. Il problema sono coloro che – a parole e con gran rinforzo di nobili citazioni dei classici – si dichiarano fedeli alle libertà costituzionali, ma nei fatti tengono bordone a ogni ingordigia totalitaria del capo-regime.

La legge ammazza-processi, la legge “tana libera tutti”, passa ora alla Camera. Non è solo anticostituzionale, è infame. I tempi dei processi sono stati allungati a dismisura da leggi e leggine ad hoc, dai tagli alle risorse dei tribunali (dove mancano carta e computer, cancellieri e magistrati), e ora dalla mannaia del processo “interruptus”. Una legge che farebbe felice il mafioso Mangano, una legge che sta facendo rivoltare nella tomba Borsellino. Vedremo alla Camera se Fini e i suoi intendono la democrazia come Borsellino o come Mangano.

da Il Fatto Quotidiano

18 gennaio 2010

11 gennaio 2010

9 gennaio 2010

TROPPO TOLLERANTI!

MARONI: "TROPPO TOLLERANTI CON GLI IMMIGRATI!"

Da Wikipedia:
La tolleranza è un termine sociologico, culturale e religioso relativo alla capacità collettiva ed individuale di vivere pacificamente con coloro che credono ed agiscono in maniera diversa dalla propria (e che magari, da questa prospettiva, potrebbe apparire quantomeno biasimevole). I sistemi autoritari si fondano, al contrario, sull'intolleranza. La tolleranza è un termine più ampio di “accettazione” e di “rispetto”, che conservano una connotazione passiva (“rispetto l'altro purché non ci abbia niente a che fare”), mentre la tolleranza richiama esplicitamente l'esigenza di una vita in comune, dove l'incontro è inevitabile. Termine solitamente collegato alla pratica della nonviolenza, estende le sue implicazioni agli ambiti della religione, del sesso e della politica, e ben difficilmente conduce a comportamenti violenti; tolleranza significa indulgenza e pazienza nei confronti degli altri.

TROPPO TOLLERANTI!

Io schiavo in Puglia

di Fabrizio Gatti

Sfruttati. Sottopagati. Alloggiati in luridi tuguri. Massacrati di botte se protestano. Diario di una settimana nell'inferno. Tra i braccianti stranieri nella provincia di Foggia





TROPPO TOLLERANTI!

Io clandestino a Lampedusa

di Fabrizio Gatti

Ripescato in mare. Rinchiuso nel centro di permanenza temporanea. L'inviato dell'Espresso ha vissuto una settimana con centinaia di immigrati. Tra soprusi, umiliazioni e condizioni disumane. Poi trasferito in Sicilia e liberato con un foglio di via



TROPPO TOLLERANTI!



TROPPO TOLLERANTI!


Strage a Castelvolturno

Un commando composto da almeno 6-7 killer entrati in azione ieri notte a Castel Volturno dove sono stati uccisi 6 extracomunitari mentre un settimo e' rimasto ferito in modo grave ma che secondo i medici dovrebbe farcela a sopravvivere.

TROPPO TOLLERANTI!


Abba non aveva ancora compiuto 19 anni quando è stato ammazzato, la mattina del 14 settembre, a sprangate a Milano. Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio, accusati di omicidio volontario e proprietari del bar dal nome premonitore “Shining”, lo inseguirono perché, pare, erano stati derubati di un pacchetto di biscotti. L’assalto contro Abba e i suoi amici fu al grido di «sporchi negri».


TROPPO TOLLERANTI!

Emmanuel Bonsu a Parma, la sera del 30 settembre, fu inseguito, picchiato, chiamato «negro» dai vigili impegnati in una retata contro gli spacciatori. Quattro poliziotti municipali sono accusati di odio razziale.

TROPPO TOLLERANTI!

A Tor Bella Monaca, a Roma, il 2 ottobre 2008 un gruppo di ragazzetti aggredì a pugni un immigrato cinese fermo con i sacchi della spesa alla fermata dell’autobus. In quell’occasione il sindaco di Roma Alemanno, prima ricevette in Campidoglio uno degli aggressori e gli fece una bonaria ramanzina: «Che hai fatto, non pensi a tua madre?».

TROPPO TOLLERANTI!

A Desenzano sul Garda, il 24 ottobre, quando emerse il corpo di Mohamed Chamrani, morto annegato, nessuno pensò a un omicidio. Ma qualcuno aveva visto e le intercettazioni ambientali portarono a scoprire una verità, dissero gli inquirenti, adir poco sconvolgente: Mohamed era stato picchiato e picchiato di nuovo quando stava cercando di uscire dall’acqua. Uno dei rei aveva parlato con il padre che aveva consigliato: «Non dire niente, non è grave quello che hai fatto».

TROPPO TOLLERANTI!

Il 10 novembre a Rimini, quattro giovani diedero fuoco al senzatetto Andrea Severi. I quattro, di buona famiglia, arrestati dopo due settimane dissero di aver fatto una bravata. Tre di loro sono in comunità di recupero.

TROPPO TOLLERANTI!

Nella notte di sabato 31 gennaio 2009, a Nettuno, un indiano è stato pestato e bruciato vivo. I fermati avevano consumato alcol e droga. «Volevamo provare un’emozione forte».

TROPPO TOLLERANTI!

CB

8 gennaio 2010

Tutti pazzi per Peppe Scopelliti!


3, 2, 1....VIA!
La corsa al potere è iniziata
. Anzi, non si è mai fermata! Li erano presenti, sono sempre stati presenti e lo vogliono essere ancora per altri 5 anni!
La 'ndrangheta in Calabria ha vinto sempre e questa volta non deve essere di meno.
E se c'è odore di vittoria nell'area del centrodestra, tutti a destra. Tutti, o quasi tutti. L'importante è esserci, il colore politico non importa. Non è mai importato niente a nessuno. Gli affari, quelli contano. I soldi non hanno colore politico.
Angela Napoli, ex vice-presidente commissione antimafia e ora deputata PDL, ha fatto pure nomi e cognomi.

Franco La Rupa nel 2005 venne eletto consigliere regionale nell'Udeur, per lui i magistrati della Direzione antimafia di Catanzaro hanno chiesto quattro anni di galera. Era un uomo legatissimo al boss Tommi Gentile, di Amantea, città di mare della quale La Rupa è stato sindaco. Per i pm l'ex
consigliere era “socio occulto di Gentile”. Insieme avrebbero addirittura acquistato una motonave, ma gli interessi del boss erano legati alla gestione del porto. E quando l'onorevole litiga con il suo vicesindaco, Tommaso Signorelli, che i magistrati collocano tra i “referenti politici del clan Gentile”, il boss lo convoca. “Andate a casa, portatemelo, se non vuole venire straziatilu (picchiatelo, ndr), ma portatelo qui La Rupa”. C'è un pranzo chiarificatore nel giugno 2006, l'onorevole, annotano i pm, “è pallido in volto, mentre il boss gli tira palline di pane”.

Tommaso Signorelli, politico “a disposizione”, e già membro dell'assemblea costituente del Pd, ora si candida con i socialisti di Saverio Zavettieri. Assieme al “pallido” La Rupa, candidato pure lui con l'Udeur, sosterrà Scopelliti.

Cosimo Cherubino è un altro candidato. Lo arrestarono nel 2000, quando era consigliere provinciale dello Sdi con l'accusa di essere troppo vicino alle cosche di Siderno. Assolto, fu anche risarcito dallo Stato per ingiusta detenzione.

Luigi Garofalo, ex consigliere provinciale di Cosenza, alle ultime elezioni provinciali non ce l'ha fatta. Poco male, perché Mario Oliverio, Pd e presidente della provincia, gli ha riservato un posto di rilievo nella sua segreteria. Coinvolto nel processo “Omnia”, i giudici hanno chiesto per lui una condanna a 4 anni. E' candidato nelle liste del centrodestra.

Interi blocchi di potere si stanno muovendo in queste settimane in Calabria. Detentori di importanti pacchetti di voti passano dal centrodestra al centrosinistra, accadde anche nel 2005, quando Mimmo Crea, già assessore nella giunta di centrodestra, fu accolto nelle liste di Loiero a braccia aperte e grazie alle pressioni di leader nazionali del centrosinistra. Ora è in galera per mafia.

I nomi ci sono, non che ci fosse stato bisogno. Quaggiù li conosciamo tutti! La cosa che non capisco è come le PESANTISSIME DICHIARAZIONI dell'On. Angela Napoli non hanno avuto l'eco meritato. Nessuna notizia sui giornali, nemmeno su quelli locali calabresi. Ok, ci sono le notizie sulla bomba di Reggio Calabria e la rivolta degli extracomunitari di Rosarno, ma questo silenzio non può essere giustificato.
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5 gennaio 2010

QUI A REGGIO NON SI AGGIUSTANO PIÙ I PROCESSI IN APPELLO



Dietro l’ordigno l’attivismo della procura contro la ‘Ndrangheta

Raramente la 'ndrangheta sceglie di scontrarsi frontalmente con lo Stato. “Se lo hanno deciso e fatto – dice Vincenzo Macrì, procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia – è perché ormai per loro la situazione è insostenibile. La 'ndrangheta non fa battaglie ideologiche, quando decide di colpire lo fa per lanciare segnali precisi”. Gli investigatori non si pronunciano, ma negli uffici giudiziari di Reggio qualcuno consiglia di rileggere alcuni episodi sottovalutati. Quellodell'attentato subito dal magistrato di Corte d'Appello Vincenzo Pedone il 21 agosto 2004. Un killer sparò con un fucile di precisione contro una finestra della sua abitazione. Il giudice si era opposto per ben due volte alla richiesta di accordo tra gli avvocati difensori di alcuni mafiosi e la procura generale. Il proiettile di grosso calibro sfondò la finestra e penetrò nell'appartamento bucando l'arazzo che ornava una parete. E vanno anche riprese le indagini su un altro episodio inquietante accaduto qualche anno fa negli uffici della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, quando la scorta del pm Nicola Gratteri scoprì alcune microspie piazzate in unastanzetta che il magistrato usava per gli interrogatori. Gratteri, impegnatissimo sul fronte della lotta al narcotraffico internazionale, è stato il pm che più di tutti, anche scontando un forte isolamento, si è battuto contro il patteggiamento in Appello per gli imputati di mafia. Alla fine ha vinto la sua battaglia, quando nel primo pacchetto sicurezzza del governo, la norma – già proposta da Giuliano Amato – è stata approvata.
Una bomba che “parla” a una Corte d'Appello che ha sul tavolo delicatissimi processi di mafia. Quello contro killer e mandanti dell'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale Francesco
Fortugno, quello sui fiancheggiatori dei boss Pasquale Condello ('o supremu) e Francesco De Stefano, il processo sulla faida di San Luca e la strage di Duisburg, e quello sugli affari delle cosche di Rizziconi. Altri processi importanti, come quello a carico dell'ex poliziotto Francesco Chiefari, si sono chiusi grazie al ruolo attivo della procura generale. Chiefari venne condannato a 13 anni
per le bombe piazzate all'ospedale di Locri e Siderno (dove lavoravano la moglie e il fratello di Fortugno). In Appello la pena è stata leggermente ridotta ma la Corte ha deciso di aggiungere l'aggravante mafiosa.
Ma è solo mafia? Probabilmente no, perché a Reggio la 'ndrnagheta da sempre è un intreccio di affari e politica. E proprio dalla Procura generale è partito un monitoraggio su alcune inchieste che parlano dell'intreccio tra interessi mafiosi e settori della politica e delle istituzioni, incredibilmente ferme. Anche di questo parla la bomba di Reggio.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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La 'ndrangheta e la svolta del tritolo così l'altra mafia ha scelto la guerra

Chi parla di mafia diffama il Paese? Chi parla di mafia difende il Paese. Le organizzazioni criminali contano molto: solo con la coca i clan fatturano sessanta volte quanto fattura la Fiat. Calabria e Campania forniscono i più grandi mediatori mondiali per il traffico di cocaina. Si arriva a calcolare che 'ndrangheta e camorra trattano circa 600 tonnellate di coca l'anno, ed è una stima per difetto. La 'ndrangheta - come dimostrano le inchieste di Nicola Gratteri - compra coca a 2.400 euro al kilo e la rivende a 60 euro al grammo, guadagnando 60.000 euro. Quindi con meno di 2.400 euro di investimento iniziale, percepisce una entrata pulita di 57.600 euro. Basta moltiplicare questa cifra per le tonnellate di coca acquistate e distribuite da tutte le mafie italiane e diventa facile capire la quantità di denaro di cui dispongono, al netto di cemento ed estorsioni.

E raffrontarla con il peso industriale delle imprese leader - che hanno molti meno profitti - per comprendere il potere che oggi hanno realmente nel paese e in Europa le organizzazioni criminali.

Proprio dinanzi a fatti come l'attentato di Reggio Calabria diventa imperativa la necessità di capire. È la conoscenza che permette di capire cosa stia accadendo. E non raccontare questa azione come un episodio avvenuto in un altro mondo, in un altro paese. Un paese di quelli lontani dove una bomba o un morto rientrano nel quotidiano. Le organizzazioni criminali italiane quando agiscono e quando decidono di mandare un segnale, sanno perfettamente cosa fanno e dove vogliono arrivare. La bomba non è stata messa davanti a una caserma, né alla sede della Direzione Antimafia, ma alla Procura generale. Il messaggio, dunque, è rivolto alla Procura Generale. E forse - ma qui si è ancora nel territorio delle ipotesi - a Salvatore Di Landro, da poco più di un mese divenuto Procuratore generale. Da quando si è insediato, il clima non è più quello che le 'ndrine reggine conoscevano. Le cose stanno cambiando e le 'ndrine non apprezzano questo cambiamento. Preferirebbero magari che le difficoltà burocratiche e certe gestioni non proprio coraggiose del passato possano continuare. Le mafie sanno che la giustizia italiana è complicata e spesso così lenta che è come se un bambino rompesse un vaso a sei anni e la madre gli desse uno schiaffo quando ne ha compiuti trenta.

Se volessero, le cosche potrebbero far saltare in aria tutta Reggio Calabria. La 'ndrangheta possiede esplosivo c3 e c4. Decine di bazooka. Perché, allora, far esplodere una bomba artigianale davanti alla Procura, quasi fosse una lettera da imbucare? Evidentemente non volevano colpire duramente, ma lanciare un primo segnale, dare inizio a un "confronto militare". Anche l'operatività potrebbe essere stata di una sola famiglia, con una sorta di silenzio-assenso delle altre che in questo modo hanno reso il gesto collettivo.

Ora bisogna accendere una luce su ogni angolo della Procura generale, stare al fianco di chi sta attuando questo cambiamento. Capire se le 'ndrine vogliono che una corrente prevalga sull'altra. Capire, parlarne, dare visibilità alla Calabria, alle dinamiche che legano imprenditoria, criminalità, massoneria, politica in un intreccio che fattura miliardi di euro di cui nessuno viene investito in Calabria e tutti fuori. Da Montreal a Sidney. E alla solita idiozia che verrà ripetuta a chi scrive di questi temi, ossia di essere "professionisti dell'antimafia", occorre rispondere che il vero problema è che esistono troppi "dilettanti" dell'antimafia.

Le mafie stanno alzando il tiro. O almeno, si sente in diversi territori una forte tensione. Dovuta a diversi motivi, non ultima la chiusura di importanti processi, come il terzo grado del processo Spartacus di cui fra pochi giorni verrà pronunciata la sentenza. I Casalesi potrebbero agire militarmente dopo una condanna definitiva. Avevano nei loro referenti politici una sorta di garanzia che si sarebbero occupati dei loro processi. In caso di ergastoli, gli inquirenti temono risposte e l'attenzione mediatica dovrebbe essere massima, ma non lo è.

A Reggio Calabria l'arresto di Pasquale Condello, nel giugno dell'anno scorso, fatto dai Carabinieri comandati da una leggenda del contrasto alle 'ndrine, il colonnello Valerio Giardina, ha rotto gli equilibri di pace. Pasquale Condello detto "il supremo" era riuscito a mettere pace tra le 'ndrine di Reggio dopo una faida tra 1985 e il 1991 tra i De Stefano-Tegano e Condello-Imerti che aveva portato ad una mattanza di più di mille persone. Condello faceva affari ovunque: senza un suo si o un suo no nulla sarebbe potuto accadere a Reggio. Quindi è anche alla sua famiglia che bisogna guardare per capire da dove è partito l'ordine della bomba.
[...]

È importante che le istituzioni diano una risposta forte dopo la vicenda dell'attentato in Calabria. Quindi è bene che Maroni visiti Reggio, ma dovrebbe farlo anche il Ministro della Giustizia. Ai messaggi mafiosi bisogna rispondere subito, duramente, e soprattutto comprendendoli e non lasciandoli passare come un generico assalto alle istituzioni. Le mafie sanno che la più grande tragedia e la più grande festa non durano per più di cinque giorni. Quindi l'attenzione si abbassa, il giunco si cala e passa la china. Oggi la situazione storica sembra pericolosamente somigliare a quella già passata in Sicilia. Non è questo un governo con la priorità antimafia, non è questa un'opposizione con una priorità antimafia. Nonostante gli sforzi degli arresti.

Ad esempio: la legge sulle intercettazioni. Nella lotta alla mafia sono uno strumento indispensabile. E ora diviene talmente difficile poterle fare e ancora più poterle far proseguire per un tempo adeguato per ottenere dei risultati, che la macchina della giustizia viene nuovamente oberata di burocrazia, rallentata. Si rischia di privare gli inquirenti dell'unico strumento capace di stare al passo con una criminalità che dispone di ogni mezzo moderno per continuare a fare i propri interessi. Se i magistrati si trovano davanti a grossissime limitazioni nell'uso delle intercettazioni, è come se dovessero tornare a combattere con lo schioppetto contro chi possiede nel proprio armamentario ogni sofisticato dispositivo tecnologico.
L'altro problema sta in ogni disegno che cerca di accorciare i tempi processuali. Abolito il patteggiamento in appello, resta in vigore il rito abbreviato. Per un mafioso è conveniente: così - fra vari sconti e discrezionalità della pena valutata dai giudici - va a finire che spesso un boss può cavarsela con cinque anni di galera. Per lui e il suo potere non sono nulla, anzi sono quasi un regalo. E questa situazione col disegno sul processo breve cambia, ma solo in peggio.

Per i reati di mafia bisogna fare il contrario: creare un sistema più certo e più serio delle pene, tale da rendere non conveniente essere mafiosi. La pena deve essere comminata in dibattimento, senza possibilità di abbreviazione del rito. Lo stato non può rinunciare a celebrare processi regolari contro chi si macchia di certi reati e, peggio ancora, inquina il suo stesso funzionamento. Non si tratta di giustizialismo, ma semplicemente dell'esigenza che una condanna equa scaturisca da un processo fatto come si deve.

Questo governo agisce soprattutto a livello di ordine pubblico. In primo luogo con gli arresti, che divengono l'unica prova dell'efficacia della lotta alla mafia. Ma l'esecutivo non ha approntato strumenti per colpire il punto nevralgico delle organizzazioni criminali: la loro forza economica. Sì certo, i sequestri di beni ci sono, ma i sequestri dei beni materiali sono il risultato di imprese che invece ancora proliferano e di un sistema economico che non è stato affatto aggredito. Sul piano legislativo sarebbe gravissimo reimmettere all'asta i beni dei mafiosi. Li acquisterebbero di nuovo. Lo scudo fiscale per le mafie è un favore. E questa è la valutazione di moltissimi investistigatori antimafia. Bisogna fare invece altro. Intervenire sul piano legislativo altrove. Cominciare col mettere uno spartiacque tra i reati comuni e quelli della criminalità organizzata. Ma bisogna anche smettere una volta per tutte di definire "diffamatori" coloro che accendono una luce sui fenomeni di mafia. Anche perché non è purtroppo con l'episodio di Reggio che si chiude una vicenda. Questo è soltanto l'inizio.

Roberto Saviano

4 gennaio 2010